Al funerale e in pizzeria

La mattina è cominciata con un po’ di preoccupazione perché non avevo un completo nero da indossare. Mi sono arrangiato con una giacca e una cravatta nere e son andato al funerale di Tsuda Yoho. Ero teso e i dolori alle spalle dalla nuotata di ieri si sono fatti sentire però ero anche felice perché la massa muscolare delle spalle e anche un po’ del dorso è aumentata e mi è sembrato quasi di avere un’armatura. È stata la prima volta che ho provato questa sensazione di sicurezza e di energia e mi è piaciuta molto.

Sono arrivato al funerale con qualche minuto di ritardo e quasi tutti i membri del circolo ero già li, tre erano alla ricezione e gli altri seduti da qualche parte ma me ne sono accorto solo alla fine. Quando sono entrato ho consegnato la busta con i soldi, cioè l’offerta e ho scritto i miei dati su un foglio di carta.

In Giappone è abitudine portare una busta bianca con scritto “ozen” e “gorei” che stanno a significare l’altare e il funerale. Quando sono andato a comprarlo ho chiesto al negozionate se andasse bene quella che avevo scelto, non volevo sbagliarmi, e poi ho chiesto se mi poteva dare il resto con delle banconote abbastanza nuove. Lui mi ha spiegato gentilmente che nel caso del funerale è meglio usare delle banconote usate a significare che la notizia della morte era stata improvvisa e non si aveva avuto tempo di prepararsi. Con le banconote nuove ci si aspettava della morte. Non ho molte occasioni, meno male, di andare ai funerali e ogni volta imparo molto.

Al funerale un’impiegata delle pompe funebri mi ha fatto sedere verso le prime file e li sono stato ad aspettare che la preghiera dei due bonzi finisse. L’altare era illuminato e al centro c’era la foto di Tsuda Yoho. Ai lati due sue famose foto che hanno fatto un po’ la storia delle foto di paesaggio naturale giapponese. Aoi lati molti fiori con davanti in caratteri grandi i nomi delle persone o delle società che li avevano mandati. La stanza funebre era allestita e due navate come nelle chiese cristiane e solo i posti dei ffamiliari erano di traverso, cioè guardavano verso il centro. Dopo la preghiera ci è sttao detto di metterci in fila per fare l’ultimo saluto con l’incenso. Prima si fa un inchino con le mani giunte verso i familiari, poi verso il deceduto, poi con la mano destra si prende l’incenso con la punta del pollice, del medio e dell’indice e si fa il gesto di portarsi la mano verso la fronte. Questo gesto con del nuovo incenso viene compito per tre volte, dipende dalla setta forse. Quando si ha finito si fa ancora l’inchino verso la famiglia e poi si esce da un lato della stanza e si prende il regalo preparato per l’occasione.

Li volevo tornare a casa perché avevo un altro appuntamento ma la signora del circolo mi ha detto di aspettare perché di li a poco avremmo potuto mettere i fiori dentro la bara potendo così vedere per l’ultima volta il volto del defunto. Ho aspetttato e ho fatto bene. Un po’ il tutto mi ha ricordato quando mio padre è morto e sono riuscito a vederlo mentre aspettavamo per la lancia che lo portasse al ciminitero. Ricordi pesanti perché mi viene in mente il funerale di mia moglie. È tutto ancora troppo vivido.

Dopo aver messo i fiori e aver visto il volto per l’ultima volta ho peso l’ascensore con le altre persone per andare al piano terra dove la macchina delle pompe funebri aspettava per poi andare alla cremazione. Io sono uscito un po’ boccheggiando e ho peso la metropolitana per tornare a Kyoto.

È stata un’esperienza che purtroppo farò sempre più spesso ma che fa pensare alla vita e a quello che si può compiere o meno. In treno ho mangiato un po’ di biscotti al cioccolato e ho bevuto un po’ d’acqua. Volevo tirarmi su perché volevo mangiare la pizza ocn la mia amica chiacchierando allegramente sul suo futuro e sui suoi progetti. E così ho fatto.

La giornata era bella, cielo terso, sole forte e temperatura abbastanza alta, secondo il meteo c’erano ventinove gradi ma ne ho sentiti trenta.

In pizzeria abbiamo mangiato un succulento antipasto, due pizze e due dolci. La mia amica aveva molta fame e si era preparata già dal giorno precedente. Le piace mkolto questa pizzeria perché è buonissima e gli ingredienti sono freschissimi ( A Kyoto la pizzeria si chiama Da Yuki, consiglio la prenotazione). Abbiamo parlato del suo progetto di vita in Italia e dello studio della medicina. Mi ha detto che ormai tutti i libri o quasi tutti i libri di testo per studiare medicina sono di origine americana e le traduzioni dei libi costano carissime. Qualle che mi ha portato le è costata settantacinque euro ed era la più economica. Studiare e imparare costa.

Abbiamo parlato di come si studia medicina nelle università giapponesi, mi ha spiegato a grandi linee quale strada e quanti anni si devono fare prima poter essere utile negli ospedali, dei due anni di ricerca negli Stati Uniti e della mancanza cronica di aiuti finanziari nel dottorato di ricerca. “Passati dieci anni dall’inizio del percorso universitario pasando per la ricerca e la pratica nell’ospedale universitario si può cominciare a lavorare negli ospedali normali e dopo una decina d’anni si ha abbastanza esperienza per poter aprire una propria clinica”. La strada è lunga ma l’obbiettivo è chiaro.

Lei è già riuscita ad ottenere tutto e lavorare solo per i soldi non le va proprio giù. Ha bisogno di stimoli e se li è cercati con questa sua nuova avventura. È una signora piena di energia e con la voglia di aiutare le persone che le stanno intorno. Sa che non può lavorare in Italia come dottore, ginecologa, ma vuole provare. Se c’è qualcuno che già lavora negli ospedali in Italia ed è del campo oppure che conosce bene la situazione della sanità italiana, lo/la prego di darmi qualche consiglio su come aiutarla per favore. Lei si sta già muovendo ma più aiuti ci sono meglio è.

È stata una giornata lunghissima con una nota “napoletana” finale. Elena invece è rimasta a casa tutto il giorno per la stanchezza dei giorni precedenti.

Da domani il meteo prevede pioggia a causa del tifone che si sta avvicinando. Un’autunno di regola.

About fabiosalvagno

Un italiano veneziano stabilitosi a Kyoto nel 1991. Dopo molte vicissitudini e la perdita di mia moglie, vivo con mia figlia Elena di sedici anni. Amo da morire fotografare e il mondo della fotografia.
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