Per strade inesplorate

Ho sempre quella paura di staccarmi dagli amici e di camminare e fotografare per strade che non  conosco. Ma allo stesso tempo la libertà di camminare e fotografare sapendo che posso trovare la strada di ritorno anche se mi distacco dagli amici.

In mattinata ci siamo incontrati alla stazione di Tsubosakayama, una città famosa per le hina-ningyo, le bambole tradizionali per le bambine. Alcuni amici erano già arrivati e li mi sono sorpreso dalla quantità di signore in vestiti da perfette scalatrici di montagna. Alla stazione erano così tante che hanno occupato perfino i gabinetti degli uomini!! Piccolo dettaglio a cui si può chiudere un occhio.

Tsubosakayama è una città di campagna con una lunga storia ma “purtroppo” quasi tutte le case erano nuove e gli abitanti erano li ad aspettare i turisti. Tutto troppo artificiale, troppo recitato, da copione. Così mi sono dileguato per una traversa e sono passato dietro le case e dietro una collina dove passava una statale. Li ho trovato una casa con della verdura fresca in vendita e i prezzi scritti a mano su pezzi di carta. C’erano dei trattori, sulla collinetta si vedeva un tempio con un piccolo cimitero e qualche statua di jizou. Un tranquillo spettacolo di campagna che mi ha ridato la gioia di fotografare. Volevo andare al tempio ma non vedevo la strada così per un po’ ho gironzolato tra le verdure messe a seccare al sole e un trattore arancione un po’ arrugginito. Ho visto la verdura esposta con i prezzi così mi sono avvicinato e da dentro è uscita una signora anziana. Mi ha salutato. Abbiamo parlato per alcuni minuti e mi ha detto che aveva otttant’anni, che i figli e i nipoti erano al lavoro e sarebbero tornati alla sera per mangiare, che la nuora le prepara sempre da mangiare. “Di solito sto qui fino a mezzogiorno a vedere la verdura. Tutti mi dicono di andare in centro a venderla ma mi piace stare qui in mezzo ai campi.” È stato un bellissimo incontro. Al ritorno ho trovato la stradina per arrivare al tempio e ho fatto alcune foto dei jizou. Il tempio era vuoto e il cimitero pure. Un albero di ume quasi in fiore era li come a proteggere il cimitero all’entrata della stradina, con le tracce di un trattore, un piccolo jizo con un bavaglio rosso e alcuni fiori colorati.

Dopo il velocissimo pranzo a oyakodon, abbiamo preso il treno e in trenta minuti siamo arrivati a Shimoichiguchi. Tutti i negozi erano chiusi, quasi nessuno per le strade e una vecchissima shoutengai con le case ai lati da demolire perché pericolanti. L’arcata che forse una cinquantina d’anni fa era piena di vita, adesso è sporca, trasandata, con le pareti cadenti e con alcune persone che ci vivono ancora. Era incredibile ma c’era aria di vita anche se quasi malsana, come quei vecchissimi set del far-west americano, ma alla giapponese. Abbiamo visto due signore anziane che chiacchieravano fumando una sigaretta. A quel punto avevo il naso chiuso e continuavo a starnutire così ho deciso di uscire e seguire gli altri che stavano attraversando il ponte “sengoku”. Così siamo arrivati alla vera Shimoichiguchi, una cittadina divisa in tre parti tra una statale e un fiume.

Qui, entrando per una traversa seguendo un amico, mi sono perso tra le case che salivano su per le colline. Alcune macchine passavano veloci tra le stradine e un gruppo di bambini giocava. Case nuove e vecchie, muri arrugginiti e finestre dalle quali si vedevano i calendari e alcune bambole. Finalmente un po’ di vita. Preoccupato perché non conoscevo la strada, ho telefonato a un amica che camminava davanti a tutti e mi sono fatto spiegare dove fossero ma il posto mi piaceva troppo così ho deciso di proseguire a perdermi. Sono comunque riuscito ad arrivare alla statale che sembrava lonana ma infatti era vicinissima, e ho attraversato uno dei piccoli ponti. In lontananza una signora anziana vestita di blu con i sandali blu mi guardava incuriosita. Passandole vicino mi ha fermato chiedendomi la nazionalità e poi spiegandomi della festa che si celebra ogni anno in febbraio. Saputo che abito a Kyoto mi fa: “La Panasonic ormai non c’è più qui, si è trasferita a Kyoto. Lo so perché avevo un negozio di elettrodomestici della Panasonic.” Non voleva lasciarmi andare così ho accellerato la conversazione e ho preseguito alla scoperta della cittadina.

Verso le tre mi sono ricongiunto con gli amici e siamo tornati alla stazione. Faceva caldo e la pollinosi era più forte che mai. Stanchissimo ma anche felice per aver scoperto una piccola parte del Kansai.

È stata una giornata lunghissima e proprio nel treno di ritorno una studentessa che è adesso a Venezia mi ha mandato un messaggio per sapere dove abitasse mia madre. Spero abbia trovato l’imbarcadero e la fondamenta esatte.

About fabiosalvagno

Un italiano veneziano stabilitosi a Kyoto nel 1991. Dopo molte vicissitudini e la perdita di mia moglie, vivo con mia figlia Elena di sedici anni. Amo da morire fotografare e il mondo della fotografia.
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